Tempo Tiranno


di Eli

Il Tempo dei segni - Carlo Piterà
 

Quand’ebbe terminato di parlare, venne la mia ora.
- Sono stati raccontati omicidi, incidenti, gravi malattie … ma la mia storia è assai diversa e particolare. Non so come parlarne, mi vergogno persino … - dissi agli sguardi trasparenti che mi osservavano con interesse.
- La mia storia non ha a che fare con tutto questo, ma la devo ugualmente raccontare … - mi feci coraggio.
Iniziai così a parlare, senza essere interrotta.

“ La mia giornata incominciò come le altre. Come tutte quelle degli ultimi quindici anni.
Uscii di casa presto per infilarmi sotto terra, tra i corridoi della metropolitana.
Scesi le scale di corsa, mescolandomi fra la gente e guardandomi attorno, attenta che qualche scippatore non infilasse le mani nella mia borsa.
Cose che facevo da sempre, quasi in modo automatico e forse anche inconsapevolmente.
Ma non mi sentivo affatto un robot, anzi, ero padrona del mio tempo e lo gestivo in maniera eccellente, organizzando ogni cosa.
Bastava incastrare le varie cose fra loro, come un puzzle. Anche se devo ammettere che a volte il tempo non bastava per fare tutto in una sola giornata.
Attesi il primo treno, tra rumori di passi e di voci. Più o meno i soliti visi, i soliti sentori, ingoiati da mura illuminate dalle solite luci artificiali.
Salii sul treno, schiacciata tra la folla dei pendolari che riempiva il vagone.
Scesi alla prima fermata e corsi su per le scale, per poi ridiscenderne altre e fiondarmi sul treno della seconda linea. Dopo cinque stazioni, lasciai anche quello.
Risalii le scale, mi precipitai lungo il corridoio e ricominciai a scendere, per raggiungere il punto dove attendere l’arrivo del terzo treno, quello che finalmente mi avrebbe portata al luogo di lavoro.
Il mio sguardo ogni tanto si posava sui tabelloni informativi che annunciavano orari, imminenti arrivi o ritardi dei mezzi che, veloci, correvano sui binari a pochi passi da me.
Occhi elettronici scrutavano l’andirivieni dei viaggiatori mattutini, seguendo i loro spostamenti, le loro attese, a volte snervanti, la curiosità dei loro abbigliamenti e delle loro manie.
Mentre attendevo, a tratti, rivolgevo il mio sguardo alle telecamere. Furtiva e timida, come se fossi io a spiare loro.

A volte incontravo qualche persona amica o qualche conoscente, ma era raro, davvero raro. Perché di gente, al mattino, in quelle strade sotterranee, ce ne era davvero tanta e scorgere qualcuno che si conosceva era assai difficile.
Arrivò anche il terzo treno. Vi salii per miracolo, spingendo chi già era dentro per farmi spazio.
Otto fermate e scesi, solo per salire altre rampe di scale, percorrere lunghi corridoi e salire ancora parecchi gradini, prima di uscire e vedere la luce del sole, che mi attendeva tra le vie che si snodavano fra i grattacieli della città.
Anche quella mattina ero riuscita a emergere dall’asfalto e a confondermi con le genti che camminavano frettolosamente. Anch’io, come loro, chiusa in un sonno interiore, che ci portava a mutismo e apatia. Meccanicamente mi diressi al bar, dove gustare una rapida colazione.
Mi sedetti al tavolo, chiedendo un cappuccino con cacao e un cornetto. Tutto come da quindici anni.

Anche quel giorno mancava la portinaia, ma non è che fosse una novità. La signora si assentava spesso per sottoporsi a delle terapie e dunque anche le sue assenze erano diventate una cosa di routine.
La porta dell’ufficio, al primo piano dell’elegante palazzo, era, come tutte le mattine, ad aspettarmi.
Le giornate lavorative erano tutte uguali: scartoffie da ammucchiare sugli scaffali e file da sistemare in cartelle virtuali, squilli del telefono e del citofono. Qualche sorriso di circostanza per chi frequentava l’ufficio legale in cui lavoravo e qualche scambio di battute minimale.
Anche quel giorno tutto si svolse in modo normale, combattendo con il tempo tiranno che spesso mi faceva adirare, perché trascorreva indifferente alle mie esigenze lavorative. Imprecavo perché non mi era mai sufficiente: ero costretta ogni volta ad organizzarmi per farlo bastare, ma mi ritrovavo sempre oberata di lavoro e sul punto di portarmene a casa una parte.
Come se a casa mia avessi tempo da perdere e non avessi nulla da fare.
Il mio compito era archiviare, redigere lettere, trascrivere atti …
Per carità, un lavoro pulito, senza sforzi, ma così sedentario e noioso che con il tempo forse aveva anche modellato il mio spirito.
Quel giorno ero sola in ufficio.
Mi facevano compagnia solamente due angeli: figure dipinte e racchiuse in un enorme cornice di legno anticato, che facevano parte di un grande quadro a tutta parete. “Tempo tiranno” era il titolo dell’opera che rappresentava un angelo nero ed uno bianco seduti uno di fronte all’altro, indaffarati a giocare a scacchi. Le loro ali facevano da sfondo alla scena, confondendosi con esso. La scacchiera era posata  in bilico sul mondo, che a sua volta stava in cima ad una piramide dorata. Un’immagine inquietante e resa ancor più tale dalle pedine a forma di casse da morto.
Queste, erano di diverse dimensioni, alcune bianche ed altre nere, entrambe segnate da una piccola croce rossa. A me non piaceva molto, ma credo che in uno studio legale ci stesse a pennello.
In fondo i dibattiti giuridici erano come partite a scacchi, con sfide a colpi di arringa.   
L’avvocato per il quale lavoravo era in tribunale e così potevo lasciare l’ufficio alle diciassette, senza ulteriori complicazioni.
Spesso, quando il capo non c’era, terminavo la mia giornata a quell’ora.
Una pacchia per me, visto che per tornare a casa, che era dall’altra parte della città, ci mettevo sessanta minuti.
Guardai l’orologio. Le diciassette in punto. Non mi ero accorta che fosse già arrivata l’ora di smettere.
Così spensi il computer, inserii la segreteria telefonica e uscii, per ritrovarmi nuovamente in strada, tra i passanti, le vetrine dei negozi e i mezzi a motore che animavano la città.
Ancora giù per le scale, sotto terra, lungo i corridoi, ma questa volta verso casa.
Salii sul primo treno della metropolitana, per scendere dopo otto fermate. Percorsi a ritroso il corridoio e le scale del tragitto mattutino, arrivando al binario del secondo treno.
Lanciai un’occhiata al grande orologio appeso al muro, accorgendomi che era indietro di un’ora. Mi spuntò un sorriso, pensando che l’addetto forse non aveva trovato il tempo per sistemarlo.
Arrivò il treno.
Vi salii, partendo verso la successiva destinazione, giunta alla quale mi incamminai nuovamente,
come se seguissi anch’io dei precisi binari.
Ma il treno, questa volta, mi partì davanti agli occhi.
Lo sguardo si posò sul cartellone che informa sul passaggio del prossimo treno, con orario e  destinazione.
A quel punto mi sorse un dubbio. Le tre del pomeriggio? Ma com’è possibile?
L’orario del tabellone era diverso da quello del mio orologio che, segnava le cinque e trentadue.
Aprii la borsa e recuperai il mio cellulare, ma lo trovai scarico di batteria e il display non si accendeva.
Mi avvicinai ad una signora, che con diffidenza indietreggiò.
In città, e soprattutto in metropolitana, si ha sempre un po’ di diffidenza e timore di chi ti si avvicina.
La tranquillizzai con un sorriso e le chiesi gentilmente se poteva dirmi l’ora.
La donna sollevò la manica del golfino e mi disse:
- Le tre e cinque! -
Ma com’era possibile che fossero solo le tre?
Confusa, salii le scale e ritornai verso la linea che mi portava al lavoro.
Non potevo certo assentarmi prima della fine del mio orario. Se avesse telefonato l’avvocato e non mi avesse trovata … che figura avrei fatto?
Corsi per prendere il treno, chiedendomi come avessi potuto sbagliare.
In viaggio sistemai il mio orologio, regolando l’ora.
Entrai nell’edificio, salii le scale e infilai nuovamente le chiavi nella serratura.
Ma appena dischiusa la porta, mi trovai in ufficio l’avvocato che, tutto trafelato, mi apostrofò serio:
- Che ci fa lei qui? –
La sua domanda mi lasciò perplessa, più della sua presenza.
- Mi spiace avvocato … non so come spiegare la cosa ma … - tentai di giustificare la mia assenza.
- Sono le diciotto. Oggi non doveva uscire alle diciassette? – mi disse facendomi quasi stramazzare a terra.
Nel frattempo un rumore, provenente dalla stanza accanto, mi distrasse.
Una silhouette femminile passò veloce davanti alla porta. Capii che non era solo e che quella corporatura non era certamente quella di sua moglie.
Mi scusai imbarazzata e frettolosamente me ne andai, ancora più frastornata.
Guardai l’orologio: le diciotto e quindici.
Intontita, non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile.
Uscii dal palazzo, demoralizzata e confusa. Scesi le scale entrando in metropolitana, con la sensazione che fuggire alla vista servisse anche a coprire l’imbarazzo per quello che avevo combinato.
Ma ancora mi chiedevo come potevo aver perso in quel modo la nozione del tempo.
Attesi il treno, che già sentivo arrivare alla mia sinistra.
Lanciai un’altra occhiata all’orologio sopra di me, come una spada pendente sulla mia testa confusa.
Le diciassette. Un orario ancora diverso da quello che segnava il mio orologio.
Li misi a confronto: l’orologio al mio polso segnava le diciotto e venti minuti, mentre quello della metropolitana le diciassette.
Salii sul vagone, e il convoglio in un attimo ripartì.
Riuscii a trovare un posto a sedere e mi accomodai vicino ad una signora.
Ne approfittai per chiedere ancora che ore fossero:
- Le diciassette! -
Non dissi più nulla.
Frastornata, entrai ed uscii dai treni della metropolitana, salii e scesi le scale senza dire più una sola parola. Ero persa nei miei affollati pensieri, senza riuscire a spiegarmi in modo razionale cosa stava succedendo.
Mi sentivo come se il tempo giocasse con me. Ma come poteva il tempo prendersi gioco degli umani? Il tempo è solo un concetto, un’idea, non qualche cosa di materiale, di pensante.
Il tempo lo si pensa ma non pensa, non agisce, non dirige.
Siamo noi che lo creiamo e viviamo in esso e non viceversa.
Non è il tempo che ci crea, ma siamo noi che con esso diamo un senso a tutto il resto.
Così almeno mi avevano insegnato. Ed ora, invece, io non stavo più comprendendo quale fosse il vero attimo reale. Mi ero perduta in momenti diversi e mi sentivo angosciata.
Arrivai finalmente a casa. Quel rifugio domestico comperato con tanti sacrifici, a pochi chilometri dall’abitazione dei miei anziani genitori. Un alloggio che avrebbe dovuto ospitare anche il mio compagno.
Ma se sono sempre stata brava a organizzare il mio tempo, non lo sono stata altrettanto con i miei amori.
Ed ora in quella casa ci vivevo da sola, da almeno un paio di anni.
Ma non mi dispiaceva più di tanto. Anche perché riuscivo ad essere padrona assoluta di me stessa e il mio tempo lo impegnavo come volevo, senza che qualcuno mi facesse fare altro o mi obbligasse a concedergliene controvoglia.
Non appena entrata la prima cosa che feci fu la più ovvia: verificare gli orari delle sveglie di casa.
Tutte segnavano le diciotto e cinque minuti. Mi recai alla finestra e, spostata la tenda, diedi un’occhiata al grande orologio della torre campanaria, un astrolabio dipinto a mano che raffigurava i dodici segni zodiacali.
Segnava le diciannove e dieci minuti. Lo stesso orario del mio orologio. Le lunghe lancette erano poste  l’una tra la bilancia e lo scorpione, l’altra tra l’ariete e del toro.
Terrorizzata dal momento che stavo vivendo, chiesi alla mia vicina di casa che ore segnavano i suoi orologi.
- Le diciotto e dieci minuti! – mi disse, agitandomi ulteriormente.
Non ancora persuasa, telefonai a mia madre che mi rispose che erano le diciotto e venti minuti.
Riattaccai il telefono e quasi in contemporanea squillò il campanello del citofono.
- Chi è? -
- Il tempo … mi sono perso e non so più dove sono … mi farebbe entrare? –
Cosa avrei dovuto pensare di una farsa simile? Che qualche burlone si divertiva alle mie spalle! Così non aprii, né risposi nulla. Anche se avevo voglia di gridare che anch’io mi ero perduta e che non sapevo più in che attimo stavo vivendo.
Ma un attimo dopo suonò il campanello della mia porta.
Mi avvicinai e guardai dallo spioncino, ma non c’era nessuno.
Domandai chi fosse, ma non ricevetti alcuna risposta.
Almeno non subito perché, appena mi voltai, una voce proveniente dal fondo del mio appartamento esclamò:
- Sono il tempo tiranno … mi sono smarrito e non so più dove sono … -
- Ah! –  mi accasciai a terra, mentre l’orologio al mio polso segnava le diciannove e ventotto minuti. “
Conclusi, con la paura di aver debordato dal tempo a mia disposizione.

- Quindi tu … sei morta di paura! – mi domandò lo spirito davanti a me.
- Sì! Che vergogna vero? –
- Vergogna? No, nessuno si deve vergognare di come muore … né di quando arriva la sua ora…-
- Pensavo di essere padrona del tempo … invece lui si è impossessato di me e non mi ha nemmeno concesso un attimo per dire che non avevo tempo di morire! Non mi ero organizzata per questo! Credo che abbia ritrovato la sua ora… proprio alla mia ora! – rispondo allo spirito che cerca di consolarmi.

- Tranquilla, qui il tempo non è tiranno … anzi, qui non c’è affatto … ci siamo solo noi e basta. Adesso qui non sei padrona di niente, non hai più nulla da organizzare … non ci sono orari, né intervalli … ne segni zodiacali. Non c’è un tempo preciso, né uno approssimativo … e non essendoci un tempo non potrai nemmeno perderlo! -

- Qui c’è solo ritmo … un ritmo che dà ordine ad un piacevole caos di note … - mi spiega mentre si accende una luce abbagliante, che illumina la distesa cupa e nebbiosa in cui ci troviamo.

Quindi la sua voce si mescola ad una musica melodiosa nella quale anch’io, come una nota musicale, mi metto a danzare, tra gli applausi di un pubblico che non vedo ma che batte le mani, come alla fine di un melodramma.


 
 
 
L'immagine in apertura ritrae l'opera "Il tempo dei segni" di Carlo Piterà (olio su legno) su gentile concessione.
 
 


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